Eraclio: il gigante buono

La tradizione, vuole che il Colosso, fosse asportato dai veneziani durante il sacco di Costantinopoli del 1924, e abbandonato durante il viaggio di ritorno sulla spiaggia di Barletta a causa della navigazione resa critica da una tempesta e dal pesante carico. Un tempo c’era uno scoglio chiamato “mamma Aré”, su cui probabilmente si scagliò la statua. Riguardo l’identità della statua, ci sono tre ipotesi. Forse rappresenta Valentiniano I, o Onorio o Giustiniano I. L’unica notizia certa è che proviene dall’Oriente. Nel 1309 Carlo II d’Angiò diede il permesso ad utilizzare le gambe e le braccia per la costuzione delle campane delle Chiese, dunque la statua giaceva ancora alla Dogana del porto!

Nel 1491, lo scultore Fabio Albano fu incaricato di rifare le parti mancanti, compresa la croce e la sfera che rappresenterebbe il mondo. Da quell’anno la statua venne posti nel luogo dove tutt’ora è presente.

La leggenda:

Si narra che l’esercito francese stesse assediando la penisola. Essendo Barletta una città molto ricca era obiettivo primario dei nemici. I cittadini vennero a conoscenza di un imminente attacco: ciò seminò terrore dato che essendo Barletta una città pacifica non fosse pronta a difendersi. Eraclio incuriosito da ciò scese dal piedistallo e chiese al popolo cosa stesse accadendo. Tacque un po’,poi esortò i cittadini a difendere con onore il proprio paese.

Qualche giorno dopo furono avvistate le truppe francesi. Eraclio si diresse fuori dalle mura cittadine. I nemici impauriti dalla sua altezza, corsero dal loro comandante riferendo ciò che avevano appena visto.

Questi si recò insieme agli uomini più valorosi della truppa verso le mura, tuttavia si rese conto che il gigante stesse piangendo, tanto che non li degnò nemmeno di uno sguardo. Quando il comandante gli chiese perché stesse piangendo, egli rispose dicendo che era stato cacciato dalla sua città perché troppo piccolo, dunque inadatto alla difesa.

Ciò bastò a far desistere i Francesi da qualsiasi attacco, Barletta fu così salva.

Fonte: “Piccola storia di Barletta” editrice Rotas